NIENTE
“<Non hai dunque nessuna speranza e vivi pensando che morirai tutt’intero?>. <Sì>, gli ho risposto”.
Ore dieci e mezzo.
Lezione di storia della filosofia.
Il professore, dietro la cattedra, blatera cose incomprensibili.
E’ veramente impossibile stargli dietro.
Un tizio, con un eskimo verde, fa volare un aereoplanino di carta, che si libra nell’aria appesantita dell’aula per qualche secondo, schiantandosi poi nel pavimento di linoleum, tutto tirato a lucido.
Il tizio con l’eskimo sogghigna.
Una ragazza bionda, carina, vicino a me, ridacchia con una sua amica.
Chissà di cosa parlano? Sesso? Droga? O di che altro?
Il professore continua la sua lagna sulla società e sul bene pubblico.
Veramente insopportabile.
Il tizio con l’eskimo verde si gratta l’inguine e sbadiglia.
Mancano ancora dieci minuti.
Inizio a fissare il mondo, al di là delle vetrate.
E, come per paura di vederlo scomparire, lo fisso finché non finisce la lezione.
Il telefono squilla.
-Pronto?-.
-Sììì?-.
-Cerco Edoardo-.
-Sono io-.
-Ciao, sono Francesco-.
-Francesco chi?- aggrotto la fronte.
Lo sento ridacchiare nella cornetta, -Sei già fuori di testa?-.
Non rispondo.
-Francesco no? Quello che fa Giurisprudenza-.
-Ah!- sorrido, -Sei tu?-.
-Già!-.
-Qual buon vento?-.
-Due cose-.
-Sparale-, finisco il mio gin tonic.
-Ci vieni questa sera alla festa di Luca?-.
-Come no, sicuramente-.
-Ci sarà un bel po’ di gente…Lettere, soprattutto di Lettere- dice lui.
E allora?
-Edoardo? Sei ancora in linea?-.
-Sì!- sbuffo scocciato.
-Ce l’hai un po’ di coca?-.
-No-.
-Fumo-.
-E’ la seconda cosa?- chiedo.
-Che?-.
-Questa è la seconda cosa?-.
-Sì, ce lo hai il fumo?-.
-No- sorrido, -Lo porta Simone, credo…in quanto alla coca ne troveremo alla grande da Luca-.
-Bene- mugugna lui.
-E’ tutto?-.
-Sì-.
-Ciao!-.
-Ciao, ci si vede…-.
Riattacco, prima che finisca il suo fottutissimo discorso.
Accendo lo spinello che rigiravo nervosamente fra le mani e ne do una bella tirata.
-Chi era?-, la voce di Simone si diffonde nel piccolo appartamento.
Lo raggiungo, -Francesco-.
-Francesco chi?- mi fissa confuso.
-Quello di Giurisprudenza-.
-Lo conosco?-.
-Boh!- mi stringo le spalle, -E che ne so io?-.
Lo osservo scuotere la testa, sorridere lievemente e tirare la pasciuta riga di coca.
Siamo tutti e due studenti di Filosofia, a Perugia.
-Ne vuoi?- sghignazza lui.
-E come no!- sorrido.
Simone si liscia i capelli castani e mentre sniffo accende lo stereo.
Sex
Pistols, God save the Queen.
-Com’è?- mi chiede.
-La
coca?-.
-No,
God save the Queen?-.
-Stupenda!- sorrido, -I Pistols sono grandi!-.
Passo la canna a Simone.
Lui tira beato, poi dice –Sono grandissimi-.
-Sì, sono grandissimi- annuisco.
Sto fissando l’hamburger, davvero sconcertato.
Avevo chiesto una cosa senza insalata ed invece eccola lì, che mi sogghigna in modo terribile.
Fottuta stupida cameriera!
-C’è qualcosa che non va Edoardo?- mi chiede Giulia, sorridendo.
Alzo la testa, confuso e lascio scivolare lo sguardo fra i tavoli anonimi del fast food.
Siamo al McDonald, davanti alla stazione.
Non chiedetemi come ci siamo finiti, perché non lo so.
-E…veramente…l’hamburger non mi va-.
-Non hai fame?- mi interroga Alessia, con i suoi occhietti vispi.
Giulia continua a sorridere, non so se a me o al quadro appeso alla parete.
-Non ho fame- sbuffo.
-L’hamburger non è male- bofonchia Simone, trangugiando il suo come un porco.
Alessia si accende una Marlboro ed io la imito subito.
Le due ragazze sono carinissime, vestite e truccate di tutto punto: Alessia studia Lettere, Giulia Scienze Politiche.
Alessia è bionda, Giulia è mora, Alessia porta i fuseaux, Giulia una minigonna, Alessia indossa sabot, Giulia sandali con il tacco alto, Alessia ha ventuno anni, Giulia venti.
-Dovresti mangiare- insiste Alessia, -Vuoi fare la fine di quei poveri bambini africani?-.
Le lancio un’occhiata feroce e poi mi volto verso la vetrata, tanto il disgusto mi assale.
Ma bene! Sono in questo fottutissimo posto, con dell’insalata davanti, che spunta orrendamente da sotto il pane, e questa stupida oca che mi parla dei poveri bambini africani! E’ il colmo!
Chiunque, sano di mente, darebbe fuori di matto in condizioni simili, dico io.
Tiro la sigaretta nervosissimo e mi accorgo con orrore che mi tremano le mani.
Ho bisogno di un valium.
-L’hai masterizzato poi In utero dei Nirvana?- chiede Alessia a Simone.
-Sì-.
-E’ una bomba! Vero?-.
-Sì…per me è l’album migliore che hanno fatto-.
-A me piace di brutto Rape me- sorride Giulia.
-Sì, è magnifica!- annuisce Alessia.
Giulia succhia Coca Cola per mezzo di una cannuccia, Simone continua a divorare il micidiale hamburger.
Fuori ci sono due che stanno litigando per il parcheggio.
Una scena veramente pietosa.
-Oggi ci ha telefonato Francesco- dice Simone.
-Francesco? E chi è?- sgrana gli occhi Alessia.
-Che studia Edoardo?-.
Fisso Simone, inespressivo, -Chi?-.
-Quello che ha telefonato prima-.
-Legge…credo-.
-Non lo conosco- aggrotta la fronte Alessia, -E’ grave?-.
Oh mio dio! Sento il mondo crollarmi addosso!
Bevo la mia Coca Cola e mi aggrappo al bicchiere di carta come fosse un salvagente.
Giulia ha tirato fuori uno specchietto e sta controllando meticolosamente ogni piega del suo faccino delizioso.
-L’avete letto l’ultimo Dylan Dog?- domanda Alessia.
-No, com’è?- bofonchia Simone.
-Non male-.
-Davvero?- ridacchia lui.
-Sì- annuisce lei, interdetta.
Simone ride, non si sa il perché.
-Ho bisogno di un valium- dico.
Giulia ripone lentamente lo specchietto nella sua borsetta.
-Che ridi Simone?- sibila Alessia, innervosita.
-Già, perché ridi?- le fa eco Giulia.
-Ho bisogno di un valium- ripeto.
Non mi caca nessuno.
-Dicci perché ridi!-.
-Su stronzo, parla!-.
-Ho bisogno di un valium!- urlo.
Si voltano tutti.
L’intero locale si volta verso di me.
Ondeggio, totalmente gelato.
-Che hai detto?- sgrana gli occhi Alessia.
-Ho detto- sussurro, -Che voglio un valium-.
-C’è bisogno di urlare?- mi fissa Giulia, cattivissima.
-Potevi dirlo prima, no?-.
Simone non ride più, si è acceso una Marlboro.
-Tieni-, Giulia mi passa la scatola.
-Grazie-, mi alzo in piedi e vado nei bagni.
La gente al mio passaggio ridacchia e si fa cenni.
Chissà cosa penseranno di me? E’ esaurito marcio questo tipo! Sta proprio per scoppiare!
E sì, anche il vecchio Edoardo sta per scoppiare.
Lo specchio del cesso mi rimanda impietosamente la mia immagine.
E non è bella neanche per un cazzo!
Inghiotto il valium.
Due minuti e sto già meglio.
Torno al tavolo.
Alessia mi dice: -Prima di andare alla festa di Luca si passa da Michele-.
-Ah sì?- sorrido.
I pezzi colorati cadono a precipizio.
Piccoli mostruosi pezzi che si accumulano sul fondo dello schermo.
Una costruzione sconnessa, precaria, pericolosa, si staglia davanti ai nostri occhi.
Tetris.
Fissiamo tutti, come tanti babbei, Michele che gioca a Tetris, con il suo computer, nella bella sala del suo bellissimo appartamento.
-Questo qui, questo lì, questo…quaggiù- mormora il nostro danaroso conoscente.
Non suona bene danaroso conoscente?
E’ bellissimo ragazzi: danaroso conoscente!
Sentite che forza assumono queste lettere, tutte assieme, così.
-Sei spacciato Michele!- sogghigna Simone, cattivissimo.
-Oh…vaffanculo!-.
Lo schermo è scoppiato.
Troppi pezzi, nessun spazio ulteriore.
La partita è persa.
Dove andremo a finire?
-Esisterà una vita dopo la morte?-.
Simone biascica queste profondissime parole, nel buio più fitto.
Siamo alla festa di Luca, su una delle colline che circondano Perugia.
La villa rigurgita gentaglia incredibile e noi ci siamo appartati nell’oscurità del giardino, accanto alla piscina.
Poveri esseri strafatti, seduti sul bordo dell’acqua clorata, a fissare il cielo stellato.
Simone succhia non so che cosa, poi riprende, biascicando paurosamente, -Io…io lo vorrei sapere, se c’è il paradiso o non c’è un cazzo…-.
Lo guardo di sfuggita, sogghignando.
-Tu…tu che dici Edo?-.
-Boh!-.
-Che significa boh!-.
-Credo che significhi boh!-.
Lui ride, -Su…cazzo, di qualcosa!-.
-L’ho detto- sorrido.
-Non fare lo stronzo! Ti sta riprendendo male di nuovo!-.
Mi volto verso di lui.
-Vuoi una mia risposta?-.
-Sì-.
I suoi occhi brillano febbrili nel buio.
-Per me non c’è un cazzo!-.
-Dici?- sospira.
-Sì, assolutamente!…non c’è un cazzo!…-.
Mi alzo in piedi e mi allontano.
Sbarcollando.
Sorseggio un punch di dubbia provenienza, piuttosto ubriaco.
Sto di nuovo fissando le acque morte della piscina, illuminate da un piccolo faro subacqueo.
Questa festa è di una noia mortale, cazzo!
C’è solo da berci sopra a sfinimento!
Su un angolino buio noto un tizio strano che sta parlando al cellulare.
Lo osservo a lungo e quello continua imperterrito a bisbigliare parole misteriose.
Passa Alessia, abbracciata ad uno che non conosco.
Lei mi sorride.
Io la scruto curioso.
-Edoardo…-.
-Sì?-.
-Ti presento Giancarlo, il mio nuovo ragazzo…-.
Da quando Alessia ha un ragazzo?
Boh! La cosa mi sfugge completamente.
-Ciao!- sorrido, porgendogli la mano.
-Ciao!- mi risponde l’altro.
Ci stringiamo la mano.
Gli occhi di Alessia brillano maliziosi.
Che cazzo c’è ora?
-Edoardo, prima ho incontrato Federica…la tua ex- miagola la puttanella, -Ti sta cercando-.
Mi vengono i sudori freddi.
-E allora?- sibilo.
-Niente- sorride lei, cattiva, -Ti volevo solo avvisare-.
-Ok!- ghigno, -Mi hai avvisato-.
Alessia fa una smorfia e prende il suo Giancarlo sottobraccio.
-Andiamo?-.
-Uhm…andiamo!- annuisce quello, sbronzo fradicio.
-Buona serata Edoardo!- miagola la troietta.
-Anche a te!- sogghigno.
Alessia si allontana con il suo alcolizzato accompagnatore.
Li osservo sparire fra la folla del giardino.
Finisco il punch e rientro dentro.
C’è un casino impressionante.
-Ti cerca Luca- ghigna uno che si chiama Roberto, se non erro.
-Mi troverà, se vuole- dico.
-Ti cerca anche Federica-.
-Oh cazzo!-.
-Che c’è? Non la vuoi vedere?-.
-No!- urlo sopra l’orribile voce di Max Cavalera dei Sepultura, che fuoriesce da uno stereo di quarta serie.
-Facciamoci un goccio- mi prende quello per un braccio.
-Sì- annuisco, poco convinto.
Trangugiamo Urbock 23°, io e Roberto, appoggiati ad un tavolo pieno di alcolici.
Davanti a me barcolla Francesco, il tizio di Giurisprudenza che ci ha telefonato oggi, con un cappellino da giullare, totalmente fuori di testa.
Non mi riconosce, passa oltre, investendo una bonazza dai capelli rossi e dal petto abbondante.
Ci dormirei sopra a due seni così, piccola, ti do venti carte se me li fai vedere nudi.
La rossa ci sorpassa.
-Che esame prepari Edo?-.
Mi volto verso Roberto, totalmente sconcertato.
-Boh!…non mi ricordo-.
Quello ride a scatafascio.
Sorrido, -E’ grave?-.
-Non lo so!- ghigna, -Non lo so amico!-.
Ci passa davanti il tizio con il cellulare.
Ancora bisbiglia nell’apparecchio.
Deve essere completamente fuso! Roba da matti!
-Ti ricordi il ferragosto scorso, a Rimini?-.
-Sì-.
Dove vuoi andare a parare Roberto, eh?
-Quella vodka in piazza Tripoli…-.
-Credo di ricordarmi-.
-Una cosa incredibile!-.
-Cosa c’è di incredibile?-.
-La vodka…era così…era così fredda!-.
Lo fisso impaurito.
Sto cercando di ricordarmi il numero della neuro.
-E piazza Tripoli era…era…luminosa, ricordi?-.
No, non me lo ricordo quel maledetto numero.
-Vado al bagno- dice Roberto.
Ho voglia di affogarmi nel contenitore del punch.
Cacciarci la testa dentro e buonanotte.
Arriva Luca.
-Ehi Edo! Ti cercavo-.
-Sì, me l’hanno detto-.
-Vieni-.
-Dove?-.
-Vieni- sorride.
Mi alzo dal divano e seguo Luca.
Su una poltrona intravedo quella puttanella di Giulia.
Si sta facendo toccare sotto la minigonna da uno che sembra un fottuto boscaiolo.
Lei geme felice.
E che cazzo!
Luca mi porta di sopra.
Attraversiamo una stretta e fumosa scala, cosparsa di bottiglie vuote, mozziconi di canne e gente strafatta.
Arriviamo in una stanza.
La scena mi lascia di stucco.
C’è una ragazza mora, molto carina, nuda, legata ad un lettino per le visite ginecologiche.
Che cazzo ci fa qui un lettino simile?
Il padre di Luca è forse un ginecologo depravato?
O forse questo è il suo cazzo di studio?
Non lo so proprio.
Comunque c’è un tizio che la sta fottendo, fra le gambe.
Il suo viso truccatissimo si contorce stravolto.
Appoggiati alle pareti ci sono numerosi spettatori, sorridenti, ghignanti, strafatti e affamati come bestie.
Riconosco Simone e Michele.
-Chi è?- domando a Luca.
-Una troietta completamente strafatta, la conosci?-.
-No-.
-Nemmeno io- ridacchia lui.
-Vuoi dire che non sai chi è?- lo fisso con la vaga speranza di aver capito male.
-Proprio così- sorride, calmissimo, -Non la conosce nessuno…è un vero peccato!-.
Osservo per un momento i vestiti della moretta, sparsi attorno al lettino, le sue mutandine bianche, strappate.
-Dieci carte a botta- ghigna Luca, divertito.
-A pagamento?!- esclamo.
-Sicuro! Dieci carte…non un soldo di più per una simile troietta!-.
Deglutisco a fatica.
Nonostante la sbronza qualcosa mi si è fermato in gola e non ne vuol sapere di scendere.
-Non hai paura che ti denunci?- chiedo.
-No- scrolla le spalle, indifferente, osservando lo stupro della ragazza, -Fatta com’è non si ricorderà nulla, comunque-.
Mi avvicino a Simone e Michele.
Simone sogghigna e mi passa una canna.
I suoi dannati dubbi esistenziali sembrano essersi eclissati in fretta.
-Bona no?-.
-Sicuro Simone- dico.
-Non vedo l’ora di scoparmela- sorride lui.
-Per te quanti anni ha?- mi chiede Michele.
-Non so- scuoto la testa, -Forse diciotto-.
-Per me è una minorenne…guardala, avrà sì e no sedici anni-.
-Quindici- annuisce Simone, completamente fuori, -Per me ne ha quindici, non più-.
Gli ripasso la canna.
-No, se la guardi bene non supera i quattordici- biascica l’altro, -Ha i seni ancora poco sviluppati..-.
Il tizio viene con un muggito bestiale e si accascia sul corpo sfinito della moretta.
Dello sperma cola fra le loro gambe, lattiginoso.
-Non avete paura dell’aids?- domando.
Tutti e due sghignazzano allegri, per niente preoccupati.
-Eh sì l’hiv!- canticchia Simone, -Se uno pensasse anche a quello qui non si farebbe più un cazzo di niente!-.
-Ma così la metterete incinta- osservo.
-E’ il suo bello!- delira Michele.
Il tizio si alza e si riassesta i calzoni, compiaciuto.
-Il prossimo chi è?- chiede Luca.
-Io!- si fa avanti uno, con i soldi in mano.
-Fottila!- lo incita Michele.
-Stai sicuro bello!- ghigna quello.
La ragazza è lì, a gambe aperte, come un’animale da scannare.
Le dieci carte passano nelle mani di Luca.
Roba da matti!
Per dieci fottutissime carte non si vende neanche la peggior battona di strada!
E’ un vero affronto per questa ragazza!
Un vero nauseabondo, merdoso, terribile affronto.
E poi stuprarla così, senza preservativo!
Ci sarebbe solo da chiamare la polizia e fare arrestare tutta questa banda di fottuti degenerati di merda!
Per un momento ci penso.
Il solo problema è che questi fottuti degenerati di merda sono miei amici.
Già.
Mi viene voglia di vomitare.
-Io vado- dico.
-Non te la fai?- mi fissa sconcertato Simone.
-No-.
-Perché?-.
-Mi viene il vomito-.
-Edoardo è un romantico!- ridacchia Michele, -Non vuole sfondare la povera verginella minorenne-.
-Ehi?-.
-Sì?-.
-Vai a quel paese!-.
-Bene!- annuisce lui.
Che testa di cazzo d’immerda!
Me ne vado.
La ragazza geme come una cagna investita da un’auto.
Non è nulla Edo, nulla.
Intravedo Federica fra la folla.
Vengo colto dal panico.
Sperando che non mi indocchi svolto rapidamente e mi infilo in un bagno.
Chiudo la porta a chiave e mi ci appoggio, ansante e sudatissimo.
Bene, altri dieci secondi e probabilmente sono salvo.
Dieci, nove, otto, sette, ho bisogno di un po’ di coca, sei, cinque, quattro, coca sì, ottima coca, tre, due…toc, toc!
Oh no! Merda! Sono finito!
-Edoardo apri! Ti voglio parlare-.
E’ la sua voce.
Silenzio.
-Edo, aprimi, sono Federica!-.
Stendo una pista di polvere da sniffo sopra la lavatrice.
-Edoardo?-.
Preparo un deca arrotolato.
-Mi apri? Lo so che sei lì!-.
Sniffo.
-Aprimi!- urla.
Apro la porta.
-Sì?- le sogghigno.
Lei mi lancia un’occhiata piena di odio.
-Ti devo parlare-.
-Andiamo in piscina- dico.
Federica è carinissima, castana, venti anni, studentessa di Lettere.
Indossa un vestitino rosso, attillato, e sabot bianchi ai piedi.
Siamo davanti alla piscina.
-Ti devo parlare- ripete, agitatissima.
-Ti ascolto- sogghigno.
-Dopo che ci siamo lasciati ho saputo certe cose…- attacca.
-Dopo che tu mi hai lasciato!- la interrompo bruscamente.
I suoi occhi brillano sempre più rabbiosi.
-E va bene! Dopo che ti ho lasciato tu hai cominciato a fare lo stronzo! Ma veramente lo stronzo!…- sibila inferocita.
-Ho saputo da un’amica mia che sei andato in giro, in facoltà, a raccontare delle falsità schifose su di me!…-.
-E cosa ti aspettavi bella?- ghigno, -Dopo la merdata che mi hai fatto è il minimo che potessi fare!-.
-Il minimo!- urla lei, sempre più fuori di sé, -Non rigirare la frittata stronzo! Io non ti avevo promesso niente! E tu sei andato a dire che io lo succhio ai professori!…-.
Mi scappa un sorrisaccio.
-Sei un pezzo di merda Edoardo! Io te la faccio pagare come non mai! Io ti rovino! Io…-.
Non la sopporto più questa puttana!
Non la sopporto proprio più!
L’afferro e la spingo con rabbia dentro la piscina.
Il botto sull’acqua è stupefacente.
-Addio troia!- ridacchio, dileguandomi nella notte.
Lei urla, piange e mi insulta con frasi irripetibili.
La festa sta morendo.
E’ agonizzante.
Dallo stereo esce il delirio poetico di Jim Morrison, The celebration of the lizard.
Qualcuno applaude in quel lontano anno, qualcuno ride, qualcuno urla.
Molta di quella gente, allora giovane, ora è morta.
Non ride più, non applaude più, non urla più.
Sono solo scheletri dentro a delle bare.
Quanti di loro saranno riusciti a realizzare i loro sogni?
Quanti ci avranno creduto fino in fondo, nonostante le avversità?
Quanti, invece, si saranno arresi sulla via, disilludendosi e vivendo come cani?
Quanti?
Mi sento male.
Non posso pensare al passato, alla morte, allo scorrere spietato di questi giorni del cazzo.
No, non ci posso pensare.
Devo solo bere.
Vomito.
Sto vomitando in un luogo appartato del giardino.
Sono completamente fuori di testa.
Barcollo e vomito sull’erba fresca.
Spero solo che la notte finisca presto e arrivi questa cazzo di alba.
E spero anche che questo vomito sia un po’ come una catarsi.
Lo spero, ma non ci credo molto.
No, non ci credo molto.
Sono seduto.
Su una sedia del giardino.
Almeno credo.
Indosso Ray Ban neri, fumo Marlboro e guardo il sole sorgere.
Vicino a me siede Alessia, la biondina.
Si è tolta i sabot e si spulcia i piedi.
La solita acqua clorata della piscina occhieggia poco distante.
La festa è finita.
Ne restano solo le rovine.
Il giardino di Luca pare un campo di battaglia, dove una manica di disperati si è affrontata all’ultimo sangue.
-Perché?-.
-Cosa?- mi volto verso Alessia.
Lei fa una smorfia, -Perché tutto questo?-.
-Questo cosa?- sogghigno.
-Questo…- allarga le braccia.
Lascio correre lo sguardo attorno.
Sedie rovesciate, gente che dorme sull’erba, bottiglie di whiskey vuote, cartoni di birra sfondati, due che si fanno una canna più in là e le colline boscose oltre la siepe.
Tiro la sigaretta con forza.
-Tu che ne pensi Edoardo?-.
Alessia sorride in maniera adorabile.
-Che ne pensi della nostra vita?-.
-Cosa ne penso?- sorrido amaro, -Non lo so, Alessia…non lo so, davvero-.
Butto a terra la Marlboro e la calpesto.
L’aria fresca del mattino ci avvolge, in una leggerissima brezza.
La respiro profondamente.
Tutto mi appare improvvisamente così idilliaco!
La valle verdeggiante, il sole che accarezza i primi alberi, i tenui colori dell’alba…e quest’aria, così fresca, così pura, così incredibilmente innocente.
E’ tutto così bello che sto quasi per commuovermi.
La notte sembra essere svanita per sempre.
La notte degli incubi e degli orrori.
Poi mi ripassano davanti certe scene e la realtà nuda e cruda riprende il sopravvento sul paradisiaco sorgere del sole.
Rivedo davanti lo stupro, i ghigni, la droga, le cagate, e tutto il resto.
La cosa non mi piace e mi riprende voglia di bere.
Lancio due occhiate intorno alla ricerca di un buon alcolico.
Ma non ne vedo.
Sto per alzarmi quando Alessia mi chiama, -Edoardo…-.
-Sì?- mi volto.
-Tu ti chiedi mai perché vivi? Sì…quale senso ha la tua vita, insomma…-.
Sorrido.
Alessia sembra una bambina pensierosa, folgorata improvvisamente da pensieri troppi grandi per il suo piccolo cervello.
-Veniamo dal nulla- dico, -Viviamo e torniamo nel nulla…ecco tutto-.
-Tutto qui?- sorride lei, triste.
-Sì…tutto qui- sorrido gelido.